La Juve di Allegri, i consigli di Morata e ora il Sestri Levante: Clemenza si racconta!

Il Sestri Levante sta cercando una salvezza importante. Attualmente terzultima nel girone B di Serie C sopra a Legnago e Milan Futuro, nell’ultimo turno di campionato ha ottenuto una vittoria importantissima per 3 a 1 sul Pescara. Uno dei protagonisti di questa vittoria è stato sicuramente Luca Clemenza.
Partiamo dalla stagione in corso con il Sestri Levante, in cui sei stato protagonista nell'ultima partita, segnando – se non erro – il tuo quinto gol stagionale.
“Esatto, ma è una stagione piuttosto difficile. Il campionato è molto competitivo e ogni partita rappresenta una vera e propria sfida. L'obiettivo della società è la salvezza, e durante la stagione abbiamo attraversato momenti complicati. Tuttavia, veniamo da una vittoria inaspettata contro il Pescara, che dimostra come possiamo giocarcela con qualsiasi squadra. Non sempre siamo riusciti a ottenere risultati positivi, ma se devo fare un bilancio della stagione attuale, direi che è comunque positivo. Abbiamo affrontato tutte le squadre a viso aperto, incluse le formazioni di vertice, e vittorie come quella contro il Pescara possono rivelarsi fondamentali ora che mancano poche partite. È essenziale raccogliere più punti possibile".
Come hai iniziato con il calcio? So che sei di Cittiglio, ma hai lasciato presto il paese e hai iniziato a giocare nel Crespadoro. Raccontami i tuoi primi passi.
“Ho iniziato a giocare a cinque anni nel Crespadoro, il paese vicino al mio. Da lì ho cambiato diverse squadre, passando per l'Arzignano e poi il Montecchio Maggiore, che all'epoca militava in Serie D. A 11 anni sono arrivato al Vicenza, la mia prima esperienza in un settore giovanile professionistico, dove ho iniziato a vivere il calcio in modo più concreto. Il mio obiettivo era sempre quello di essere riconfermato, perché arrivavo da realtà più piccole. A 14 anni è arrivata la chiamata della Juventus, dopo essere stato notato in un torneo, in passato però avevo anche fatto provini con l’Inter".
Quando hai saputo che Sampdoria, Inter e Milan erano interessate a te e poi è arrivata la Juventus, come ti sei sentito? Il tuo obiettivo era rimanere al Vicenza, ma questo era un salto ancora più grande.
“È stato surreale, faticavo a crederci. Mio padre mi disse prima della Sampdoria, poi della Juventus, che sembrava davvero decisa a prendermi. Avevo fatto provini con l’Inter, ma la Juve ha insistito di più, invitandomi a Torino per alcuni giorni per farmi conoscere l’ambiente, il convitto e la società. La scelta non è stata immediata, perché trasferirmi a 14 anni significava cambiare completamente vita e lasciare gli amici. Ci ho riflettuto, ma era un’occasione che non potevo rifiutare. Una volta lì, mi sono adattato facilmente: giocare per la Juventus era un sogno fin da bambino”.
Lasciare la famiglia così giovane e trasferirti in convitto alla Juventus non dev’essere stato semplice. Quali difficoltà hai incontrato, anche a livello calcistico?
“All’inizio avevo paura di non essere all’altezza, perché la Juventus può scegliere talenti ovunque e la concorrenza era altissima. Eravamo in 8-9 ragazzi arrivati da fuori a 14 anni, e il timore era quello di aver fatto la scelta sbagliata, soprattutto se non avessi trovato spazio in campo. Ciò che mi ha aiutato di più è stato il legame con gli altri ragazzi del convitto: eravamo tutti nella stessa situazione e questo ha creato un gruppo molto unito. Con il tempo, ho capito che essere lì significava meritarselo e ogni anno diventava una sfida per confermarmi. Quando sei dentro una realtà così grande, a quell’età fai fatica a renderti conto di dove sei davvero. L’inesperienza conta molto, ma con il tempo diventa un automatismo: se sei lì, devi dimostrare di meritartelo”.
Parliamo del tuo percorso alla Juventus, dove hai seguito tutta la trafila dalle giovanili, partendo dall'Under 14 fino ad arrivare alla Primavera. Inoltre, hai avuto anche l’opportunità di fare esperienza con la Next Gen nei suoi primi anni di formazione, quando rappresentava una novità per il calcio italiano. Quali ricordi hai di questo percorso alla Juve e cosa ti ha lasciato?
“Ho vissuto tutto il percorso alla Juventus, dall’Under 14 alla Primavera. L’ambiente era altamente competitivo e formativo, sia a livello organizzativo che tecnico. Fin da giovane ho avuto l’opportunità di allenarmi con la prima squadra, la Tournée americana è stata un’esperienza incredibile che mi ha permesso di osservare da vicino campioni che fino a poco prima vedevo solo nei videogiochi. Crescendo, ho acquisito consapevolezza del mio ruolo e della mentalità vincente della Juventus, dove non bastava giocare bene: bisognava portare risultati. Con la Next Gen ho avuto anche la possibilità di scendere in campo con la prima squadra. Paradossalmente, giocare alla Juventus era più semplice rispetto alla Serie B o C, perché avere accanto giocatori di quel livello rendeva tutto più naturale e fluido”.
Parliamo della Tournée...
“La tournée con la prima squadra è iniziata quando Allegri mi ha chiamato per il ritiro estivo, dove alcuni giovani venivano aggregati ai giocatori rimasti fuori dalle Nazionali. Essere convocato per la tournée americana è stato incredibile: vivere la quotidianità della squadra e giocare contro club come Real Madrid, Benfica e Bayern Monaco era un’esperienza straordinaria. Segnare un gol in quella tournée è stato il massimo per me in quel momento, soprattutto dopo una stagione in Serie B con l’Ascoli. Mi ha dato visibilità e nuove opportunità. Purtroppo, restare in prima squadra non era possibile, visto l’arrivo di giocatori del calibro di Ronaldo e una squadra già molto competitiva. Nonostante ciò, far parte di quel gruppo è stato un grande onore”.
C’è stato un giocatore tra i " big" con cui avevi legato particolarmente in quel periodo?
“Tra i grandi dello spogliatoio, Morata è stato quello con cui ho legato di più. Essendo stato giovane al Real Madrid, sapeva cosa significava allenarsi con la prima squadra e si avvicinava spesso a noi ragazzi, dandoci consigli e supporto. Ricordo anche una cena con lui, in cui mi ha aiutato molto a livello mentale, spronandomi a restare tranquillo e concentrato. Anche Chiellini, Bonucci, Barzagli, Pirlo e Marchisio erano molto disponibili. Non facevano sentire noi giovani come degli estranei, ma parte integrante della squadra, ed erano sempre pronti a darci una mano”.
Tornando un pò più indietro, tu con la Juve hai vinto anche un Viareggio, quando ancora probabilmente era uno dei tornei di maggior prestigio…
“Il Viareggio, quando sono arrivato alla Juve a 14 anni, era il massimo torneo giovanile, con squadre come Real Madrid e Barcellona. Da piccolo, lo seguivamo con grande ammirazione, e parteciparvi era un'aspirazione enorme. Quando ho vinto il torneo, però, mi sono infortunato durante il match contro il Milan, nei quarti di finale, rompendomi il crociato. Nonostante questo, i ragazzi hanno vinto il torneo e mi hanno dedicato la vittoria, facendo sentire la mia presenza come capitano. Anche se infortunato, è stata una vittoria meritata e mi ha ripagato del sacrificio”.
In questo percorso alla Juventus, c’è una figura a cui devi dire grazie?
“Nel mio percorso alla Juve, ho avuto diversi punti di riferimento. Il primo è stato Gabetta, che è stato come un padre per noi, venendoci a trovare in convitto per farci sentire meno soli. Poi c'è stato Pessotto, che mi ha accolto nei primi giorni alla Juve, e Grabbi, un ex giocatore che era presente nel contesto. Ho legato molto con Simone Muratore, con cui siamo diventati amici stretti e ci sentiamo ancora ogni giorno. Della Morte e Fabio Grosso sono state altre figure fondamentali: Grosso mi ha fatto capitano durante l'ultimo anno di Primavera, anche quando mi sono infortunato, e mi ha sostenuto anche come fuori quota. Alla Juve, ho trovato una vera famiglia, sempre pronta ad aiutarti e a farti sentire a casa”.
Poi termini con la Primavera e vai in Serie B, facendo molto bene...
“Il mio primo anno in prestito ad Ascoli in Serie B è stato molto positivo, culminando con una salvezza. Arrivare in una piazza come Ascoli, con tifosi molto calorosi e esigenti, è stato una sfida. Non mi aspettavo di giocare tanto, ma ho collezionato circa trenta presenze, con sette assist e due gol. Abbiamo raggiunto la salvezza nei play-out, con il ritorno in casa, davanti a 12-13 mila persone che festeggiavano. È stato un anno di grande esperienza, in cui ho dovuto maturare rapidamente, dato che i tifosi avevano aspettative molto alte”.
Dopo Ascoli fai un’altra esperienza in Serie B con il Padova. Nel 2018 con la Next Gen torni a Torino...
"Dopo l'esperienza ad Ascoli, sono passato al Padova, ma la stagione non è andata bene, con la retrocessione della squadra. Tuttavia, ho giocato molte partite. Successivamente, ho avuto l'opportunità di tornare alla Juventus, entrando nella Next Gen. Ho passato lì solo sei mesi, ma è stato un periodo importante. La Next Gen mi ha permesso di vivere l'esperienza Juve, con tutta l'organizzazione e le risorse della società, anche se il campionato era di Serie C. All'inizio, i giovani faticano ad adattarsi, perché l'approccio è quello di una squadra di Serie A, ma alla lunga ti permette di crescere nel calcio professionistico, imparando a giocare la domenica e ad affrontare la competizione”.
Passare da una Primavera alle prime squadre che difficoltà ti ha portato?
“La domenica, vincere è fondamentale. Ci sono stati momenti in cui eravamo ultimi in classifica e, per non essere criticati dai tifosi, era meglio non farsi vedere in giro. In particolare, nelle piazze del Sud, il calcio è vissuto con grande passione, quindi bisogna concentrarsi al massimo. Non sempre le cose vanno bene, ma quell'anno è stato un grande insegnamento. È stata una vera vittoria, quasi un miracolo, perché a poche giornate dalla fine eravamo ultimi, ma siamo riusciti a salvarci nei play-out. La carica che ti danno situazioni così è incredibile. Da giovane, affronti tutto con una certa spensieratezza, ma capisci che ottenere una salvezza ti dà una gioia indescrivibile”.
Nel tuo percorso hai fatto anche un’esperienza all'estero, per la precisione al Sion: come è stata?
“La mia esperienza a Sion è stata una nuova fase della mia carriera. Dopo una stagione senza mercato, Grosso mi ha chiamato e mi ha proposto di trasferirmi in Svizzera, la mia prima esperienza all'estero. Anche se inizialmente ho pensato di restare in Italia, ho deciso di partire, e il calcio svizzero mi ha dato tanto. È un campionato più fisico e diverso da quello italiano. La lingua era un’altra sfida, visto che, oltre all'italiano con Grosso, i compagni parlavano principalmente francese e tedesco. Ho avuto due infortuni, che hanno reso la stagione un po' difficile, ma ho imparato molto. Ho affrontato squadre di livello, alcune delle quali giocano in Champions League, e gli stadi sono stati incredibili. La sfortuna è stata viverlo durante il Covid, quindi gli stadi erano vuoti, ma comunque il calcio in Svizzera è vissuto diversamente rispetto all'Italia: là, il calcio non è il primo sport e lo vivono solo la domenica, mentre in Italia è una passione che coinvolge tutta la gente”.
Poi ad un certo punto finisce il "mondo Juve”, quando il Pescara ti acquista dalla società bianconera, e qua inizia un’altra carriera per Luca Clemenza… Da giocatore della Primavera che segue la prima squadra, ad essere effettivamente un giocatore che va a giocare in Serie C, sapendo che ormai non è più un giocatore della Juventus. Come ti ha fatto sentire?
“Il Pescara mi acquistato a titolo definitivo quando dalla Serie C volevano provare a salire nuovamente in Serie B. Ho vissuto positivamente questo periodo. Non avevo più la Juventus che poteva riportarmi indietro, ma sapevo che se avessi fatto bene, altre squadre avrebbero potuto acquistarmi più facilmente. Quell'anno in Serie C con il Pescara è stato uno dei miei migliori: 9 gol e 5/6 assist. Dopo quella stagione, mi aspettavo una chiamata dalla Serie B. Nonostante l'interesse iniziale dell'Entella, ho deciso di aspettare un'altra opportunità, ma alla fine ho accettato la Virtus Entella. Il progetto era vincere il campionato di Serie C e salire in Serie B, ma purtroppo, dopo solo quattro partite, mi sono infortunato di nuovo, rifacendo il crociato. Nonostante questo, con l'Entella abbiamo sfiorato la promozione in Serie B, mancando la qualificazione per soli due punti. Il progetto era chiaro: se non arrivava una chiamata dalla Serie B, andavo in una squadra di C che puntava a salire. Purtroppo, il calcio è imprevedibile e l'infortunio ha rallentato i miei piani. Ora, senza la Juventus, so che il mio futuro dipende da quanto riesco a fare in campo, perché le squadre guardano molto le statistiche, come gol e assist, e non è facile essere acquistati quando non sei più giovane”.
E poi di fatto arrivi al Sestri Levante dove hai trovato una certa continuità…
“L'anno scorso, a gennaio, sono arrivato al Sestri Levante dopo essere rientrato dal crociato con l'Entella. Purtroppo, non avevo spazio e avevo bisogno di giocare per ritrovare la forma. Non mi importava dove, l'importante era tornare in campo. Il Sestri Levante mi ha dato questa opportunità, e non mi sono preoccupato della classifica. L'unico pensiero era giocare. Alla fine, abbiamo ottenuto una salvezza straordinaria, conquistata a due giornate dalla fine. Per me è stata una rivincita personale, visto che tutti davano per spacciata la squadra. Salvare il Sestri Levante è stato motivo di grande gioia. Quest'anno, la sfida è di ripetere quel risultato e garantirci un'altra salvezza. Non ho mai vinto campionati, ma le salvezze che ho ottenuto sono state esperienze molto formative. Salvarti da situazioni difficili ti fa crescere più di qualsiasi vittoria di campionato, anche se immagino quanto sia bello vincere. La salvezza è sempre una battaglia che ti forma come giocatore”.
Prima di lasciarci, nel nostro Almanacco sei finito per ben 5 volte, traguardo che raggiungono in pochi. Sei stato spesso paragonato ad Özil e Diamanti, in quale ti rivedi di più? Oltre al fatto che sei un giocatore anche difficile da collocare in campo, hai veramente fatto tutti i ruoli dalla mediana in su…
“Ti posso assicurare che ho fatti veramente tutti i ruoli del centrocampo, anche il mediano. Nell’ultima partita ho fatto la mezzala. Magari mi capiterà anche di parare un rigore se c’è bisogno (ride, ndr). Dei giocatori citati mi è sempre piaciuto Özil, soprattutto perché è mancino e ha una grande qualità nel servire assist e fare passaggi filtranti. Mi ci rivedo molto nel suo stile di gioco, infatti ho visto molti suoi video. Diamanti, invece, è più orientato alla giocata individuale, con i suoi cross e tiri da fuori. Mi piace perché gioca tra le linee, un po' come faccio io. Di solito non gioco come esterno, ma piuttosto più dentro il campo, anche nel 4-3-3 o nel 4-3-2-1. Mi trovo meglio quando gioco centralmente, tra le linee, che è il mio ruolo ideale”.
Chi era il tuo idolo da bambino?
“Il mio idolo da bambino è sempre stato Kakà. Ero un grande tifoso del Milan, passione che mi ha trasmesso mio padre, e quegli anni con Kakà, Inzaghi e Seedorf erano il Milan dei sogni, quello che vinceva la Champions League. L'unico poster che avevo in casa era proprio di Kakà. Poi, quando sono arrivato alla Juve, vedere campioni come Dybala è stata un'emozione incredibile. Vederli in campo ti fa capire quanto siano forti, e Dybala, con il suo piede mancino e il suo movimento, mi ha sempre impressionato. Ma Kakà rimane il mio idolo, quello che ho sempre ammirato fin da piccolo”.
Ti faccio le ultime due domande. La prima: quali obiettivi ti sei posto all'inizio della stagione a livello personale? E la seconda: pur avendo diversi anni di carriera davanti, sappiamo che quella del calciatore finisce prima rispetto ad altri lavori. Hai già in mente cosa fare dopo, rimanere nel mondo del calcio, cambiare o magari riprendere gli studi?
“Per la prima domanda, l'obiettivo personale era salvarmi con il Sestri Levante. A luglio ho avuto la possibilità di andare via, ma ho deciso di restare per motivi familiari, visto che mia figlia è nata vicino alla Liguria. La sfida di salvarmi con il Sestri Levante è difficile, ma se dovessi riuscirci sarebbe una grande impresa, una soddisfazione personale. Fare una salvezza con questa squadra, che ha raggiunto il calcio professionistico solo lo scorso anno, sarebbe un risultato doppio. Per quanto riguarda il futuro, non ho ancora deciso un ruolo specifico, ma sicuramente voglio rimanere nel mondo del calcio. Potrei diventare allenatore o anche direttore sportivo. Mi piacerebbe restare nel calcio, anche se so che non è facile, perché quando un calciatore smette, entra in un’altra carriera che va ricostruita. Sto vedendo l'esempio di Muratore, che ha dovuto smettere e ora lavora come allenatore alla Juventus. Inoltre, la mia compagna è una personal trainer, quindi lo sport è comunque una parte importante della mia vita. Mi piacerebbe continuare in questo mondo, anche esplorando altri sport”.